martedì 6 settembre 2011

Il pranzo di Babette


Chissà perché, ma ho indovinato subito come andava a finire :-D Sarà perché sono friulana?

Questo non è un post che contiene ricette, ma se decidete di guardare il film di sicuro vi verrà voglia di cucinare, o per lo meno di mangiare qualcosa a caso, tipo le quaglie, ad esempio :-D
Quindi sì, questo film del 1987, scritto e diretto da Gabriel Axel e tratto da un racconto di Karen Blixen parla di cibo, però sarebbe riduttivo farlo rientrare nella categoria dei film “di cucina”, tipo Julie&Julia, per intenderci (che tra parentesi mi è piaciuto).
ATTENZIONE: il post odierno contiene un riassunto dettagliato del film e una grossa quantità di spoilers e quindi chi di voi non si volesse rovinare un’eventuale visione fa meglio prima a passare da blockbuster.
In un minuscolo villaggio danese alla fine dell’Ottocento si intrecciano i destini di Martina e Filippa, le belle figlie del Decano (fondatore di una setta religiosa dedita al canto, alle riunioni di preghiera all’ora de tè e alla degustazione di zuppe di pane secco senza sale), e di tutta una serie di personaggi venuti da Fuori, dal mondo “reale” che conta qualcosa. Le ragazze sono condannate allo zitellaggio da un destino cinico e baro rappresentato dal bigottissimo padre, che rifiuta la loro mano a tutti i pretendenti in quanto geloso e monopolizzante, le vuole tutte per sé (per non parlare del fatto che loro stesse sono psicologicamente succubi). Ciò nonostante (anzi, proprio per questo), esse finiscono per sconvolgere la vita a due personaggi importanti: Martina fa innamorare di sé un futuro generale in “esilio” da una vecchia zia e Filippa, grazie alla sua voce melodiosa, conquista un tenore francese, Achille Papin, che vorrebbe farle da Pigmalione (e non solo, dico io). Immagino che tutti abbiate capito che entrambi se ne tornano al mondo con le pive nel sacco, scontato eh? Parecchi anni più tardi, in una snoopyana notte buia e tempestosa, alla loro porta bussa Babette Harsant, misteriosa donna francese fuggita dalle crudeltà della rivoluzione e “raccomandata” alle due ormai anziane sorelle da Papin. Babette ha perso tutto e non ha altro posto dove andare: quindi rimane al servizio delle due sorelle, cucinando per i poveri della comunità, facendo shopping di pesci e prosciutto rancido e infornando biscotti per le riunioni dei basabanchi (la cui armonia inizia a scricchiolare, perché sono tutti invecchiati e tignosi e tirano fuori vecchi rancori e stupidaggini varie). Poco prima del maggiore evento mondano del villaggio, una cena commemorativa in memoria del Decano, Babette scopre di aver vinto una grossa somma di denaro, 10.000 franchi. Prima di andar via, però, chiede il primo e (probabilmente) ultimo favore alle sorelle: cucinare un “vrai diner français”, una vera cena francese proprio in occasione dell’evento commemorativo. Le due sorelle accettano e verso la loro morigerata casa inizia una processione di quaglie vive, vini, tartufi e perfino una tartaruga (povera bestia). Ovviamente qualsiasi cosa che non sia un tozzo di pan secco DEVE per forza essere sterco del diavolo e quindi le povere vecchierelle iniziano a fare i sogni brutti la notte, ma sul serio (lol!!), finché Martina riunisce la comunità spiegando che non voleva peccare, ma solo fare un favore a Babette e chiede la massima discrezione sull’evento. I fedeli promettono quindi che durante la serata il cibo non riceverà la loro attenzione e non una parola verrà spesa a riguardo. Poco prima dell’inizio della fatidica cena, inoltre, si autoinvita al convivio il generale, l’ex spasimante di Martina, assieme alla vecchia zia. Inizia così, sotto i peggiori auspici possibili, il vrai diner français.

La prima riflessione seria che ho avuto durante la visione non c’entra nulla col cibo, e chi mi conosce bene se l’aspetta. Prima dell’avvento dei movimenti in favore dei diritti della donna se nascevi XX (inteso come non XY) eri in ogni caso di proprietà di qualcuno, padre, fratello o marito che fosse. L’unica speranza era che il tuo “padrone” fosse davvero preoccupato di fare il tuo bene, di rispettarti e di concederti una vita decente. Se invece ci si ritrovava un padre come il Decano, che ai vari pretendenti della mano delle figlie rispondeva “esse sono la mia mano destra e la mia mano sinistra, volete forse privarmi di una mano?” si era fregate e si passava la vita a testa bassa, a fare le zitelle a servizio della comunità. E tra parentesi se fossi stata uno dei pretendenti avrei risposto che per quel che doveva fare una mano gli bastava e avanzava. Tzè.
Il cibo in questo film diventa il protagonista incontrastato quando ormai la metà è superata. Inizia a diventare oggetto della curiosità dei paesani già quando i vari ingredienti arrivano dal bastimento alla casa delle sorelle, popola gli incubi della povera Martina e infine si prepara ad entrare in scena per il grande evento. Da questo punto in poi il cane di Pavlov vi farà un baffo. Si vede una goduriosa sfilata di brodo di tartaruga, vini pregiati, quaglie in sarcofago (con ripieno di tartufo e cotte in delle specie di vol-au-vent), ciambelle con la frutta ecc ecc. Il generale (che a un certo punto inizia a pensare di essere in una gabbia di matti, dato che continua a declamare la bontà del cibo e tutti rispondono citando episodi di santità del Decano o con frasi di circostanza) è l’unico del gruppo a rendersi conto dell’effettivo valore del pranzo (e non in termini puramente monetari!) e involontariamente indovina l’identità di Babette. È lui infatti che ricorda una leggendaria chef del Café Anglais, famosa perché in grado di trasformare ogni pasto in una vera e propria esperienza amorosa. E infatti alla fine della serata il gruppo di fedeli inaciditi dai rancori di una quarantina d’anni finiscono la cena scambiandosi strette di mano, baci sulla bocca (ohé!) e perfino un girotondo attorno al pozzo (!).
La stretta relazione che intercorre tra cibo ed esperienza sensuale è nota, trita e ritrita (altrimenti perché numerose rubriche per oche giulive gestite da sciacquette di scarsa competenza botanica tenterebbero in tutti i modi di convincerci a ingozzare i nostri compagni di guacamole e ostriche per.. diciamo rinfrescare la vita di coppia?), ma qui si parla di vero e proprio AMORE, non solo attrazione fisica: tant’è che i commensali appianano quarant’anni di beghe e litigi in piena souplesse. Il cibo viene visto come forma d’amore, da donare e di cui godere assieme con gioia e questo credo sia uno dei messaggi fondamentali del film, con il quale non posso che essere d’accordo.
Ma Babette non si ferma qui, a questo primo concetto. Infatti precisa subito che non ha cucinato solo per rendere felici le due vecchiette, ma per il piacere di esprimersi come artista. “Un artista non è MAI povero”, dice di sè. E aggiunge, citando Papin: “Per tutto il mondo risuona un lungo grido che esce dal cuore dell’artista: consentitemi di dare tutto il meglio di me”.
Questi due bei concetti si fondono in un’altra frase, come tutte espressa con molta naturalezza, senza particolare enfasi: “Potevo renderli felici quando davo tutto il meglio di me”, dice parlando dei suoi clienti quando lavorava come chef al café Anglais. L’arte è anche amore, dare il meglio di sè è anch’esso un atto d’amore, di condivisione. Qualsiasi sia il tipo di arte di cui si parla. Forse è per questo che secondo lei un artista non è mai povero: porta sempre dentro di sè la sua arte e con essa un modo per esprimere l’amore nei confronti del prossimo.

E con questo concludo: mi è venuta una dannata voglia di fare cailles en sarcophage (anche se in rete ho trovato un sito in cui era chiaramente espresso il concetto che la cucina dei piccoli volatili è odiosa :-D) e chissà che, in una domenica autunnale di brutto tempo, e con la giusta dose di follia e di tartufi, non mi venga voglia di provare ad imitare il genio di Babette... Se accadrà, comunque vada: a) sarà un successo e b) riferirò!

2 commenti:

  1. bello.
    La lettura è gradevole e l'analisi del film (vero gioiellino secondo me) accurata e approfondita. Spero solo che non ti attiri troppo l'idea di cimentarti nel brodo di tartaruga!

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  2. No no povera bestia.. poi lo sai che io DETESTO i brodi! Se però te la senti di sponsorizzarmi i tartufi posso procedere con le quaglie :-D scherzo..

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