
Solo
pochi post fa mi perdevo in considerazioni sull’effetto proustiano che certi ingredienti possono esercitare su di noi, di come riescano a far riaffiorare alla memoria un episodio o un’atmosfera del passato. Bè. Passando davanti alla vetrina di un fruttivendolo ho adocchiato una cassettina di cartone ricolma di galletti (o gialletti, o finferli: non il pennuto, il fungo!) che mi ha riportata, in una scena densa di pathos alla
Ratatouille, dritta dritta fino a Ligosullo. Non serve evocare l’infanzia: confesso che ogniqualvolta ho l’occasione di passarci qualche giorno assieme a mio zio Dino una delle mie attività preferite è uscire di mattina con cestino e bastone, alla ricerca di funghi. Con buona pace del fatto che sono i maggiori accumulatori di radioattività del bosco. Mi piace vagare tra prati e sottobosco ignorando i sentieri una volta tanto, mi piace affondare gli scarponi nell’erba rugiadosa, mi piace scostare foglie e fronde con il bastone di legno istoriato e fare sempre nuove scoperte, mi piace la sensazione di trionfo che accompagna ogni ritrovamento fortunato. E più di tutto mi piace poi ammirare l’entità del bottino, bello al sicuro nell’abbraccio rassicurante dei vimini, poi curarlo bene e infine sentire lo sfrigolio profumato in una padella piena di olio, aglio e prezzemolo. Tra tutti i funghi del sottobosco poi ho una particolare predilezione per i galletti (
Cantharellus cibarius), chissà mai perché. Ovvio, un bel porcino fresco fa sempre la sua... porca figura, ma vedere il giallo vivace e l’inconfondibile forma del galletto ha un fascino per me ineguagliabile e anche il suo odore è il più gradevole e caratteristico dei funghi.